domenica 2 dicembre 2012

Capitolo IX - Analisi e Commento

 I personaggi minori e l'incipit del capitolo
Il capitolo inizia con un ridimensionamento nella realtà dei sentimenti e delle speranze di Lucia. Abbiamo la scena del distacco fra i Promessi. Già la barca che urta la riva dà molto concretamente l'idea del distacco dai pensieri, del ritorno alla realtà. Anche la nuda panca su cui i tre fuggitivi siedono serve a suggerire l'idea della stanchezza, della solitudine, della durezza della nuova realtà a cui i fuggitivi sono ormai crudamente esposti.
Questa generale nota di distacco è presente anche nei personaggi minori che compaiono all'inizio del capitolo nella funzione di uomini fidati del padre Cristoforo: il barcaiolo ritira un po' bruscamente la mano in cui Renzo voleva far scivolare una qualche moneta, il barocciaio dal canto suo si rivela un buon uomo sicuramente, ma troppo infatuato del mito dei potenti, che hanno sempre ragione; e il padre guardiano, amico di fra Cristoforo, si rivela in realtà un ben povero aiuto, visto che penserà subito alla "Signora", la monca di Monza, appunto, che a lui appare in tutto il suo mito di elezione e di nobiltà, e di cui egli non ha in realtà capito nulla. Il padre guardiano ha anche una certa mondanità, che dimostra facendo un discorso non molto adeguato all'abito che porta intorno alla bellezza fisica di Lucia. Il suo tentativo di rimediare a questa gaffe non è molto felice. Anche il padre guardiano si rivela animato dallo spirito di asservimento ai grandi del mondo. In generale, dunque, si può dire che il Manzoni ottiene qui un ridimensionamento dei temi alti e sublimi con cui si era chiusa la fase borghigiana del romanzo, e prepara in questo modo la narrazione della fase successiva, tutta caratterizzata dalla crudele realtà di un mondo in cui imperversano il male e la violenza: un mondo su cui l'artista Manzoni rifletterà con grande intensità e passione e con un impegno che non gli avevamo ancora conosciuto. 
La vicenda di Gertrude
Nella vicenda di Gertrude, che, asservita ad un amante, favorisce il ratto di una povera fanciulla, che sarà da lui consegnata al suo persecutore, salvo il colpo di scena finale per cui la fanciulla passerà dal terrore alla salvezza, si notano tutti gli elementi di una letteratura romanzesca d'avventura, a sfondo giallo, quale poteva essere cara a certa letteratura d'appendice d'oltralpe. Temi facili, con cui avvincere il lettore ed ottenere un grande successo.
Ma il Manzoni, inutile dirlo, avverte immediatamente il pericolo di scadere nella volgarità: si sofferma sulla cautela con cui l'Anonimo tace i nomi, scherza sui dotti che darebbero la vita per conoscerli. Possiamo però poi immediatamente cogliere che in realtà l'interesse del Manzoni in tutta questa vicenda è un altro: non soffermarsi sullo scandalo che pure è ampiamente presente nella vita e nella figura di Gertrude, nella vita reale Maria Anna de Leyva, figlia di Virginia Marino e d'un nobile spagnolo (don Martino de Leyva, figlio di Antonio de Leyva, che fu governatore del ducato di Milano, nominato duca d'Ascoli da Francesco Sforza, e feudatario di Monza, titolo quest'ultimo che gli confermò anche Carlo V°): ma riflettere invece su dolorose vicende rigorosamente storiche, e prendere una netta posizione contro certe istituzioni, che usate in modo distorto, al solo scopo di servire la vuota superbia di un casato e di un nome, possono causare dolore e sofferenza e rovina. E' appunto il caso del maggiorascato e della monacazione forzata, sua diretta conseguenza. Qui il Manzoni ci rivela il suo sdegno per queste usanze, che, sradicate dal loro contesto storico, e perpetuate senza più alcuna giustificazione, si rivelano usanze barbariche e sostanzialmente anticristiane. Non è giusto metter al mondo figli per poi negare loro la libera affermazione nella vita, a vantaggio di un solo, che è destinato ad ereditare tutto il patrimonio. Non è possibile imporre una vita di sacrificio e di rinuncia, adatta a spiriti elevati e propensi alla santità, a uomini o donne normali, incapaci di qualunque grandezza, e chiamati dalla natura a vivere una vita normale.
In questa sdegnata polemica contro certi ordini religiosi potrebbe sembrare che il Manzoni voglia assumere posizioni laiche ed anticlericali. In realtà non è affatto così. Il suo dito si alza implacabile a condannare non già il clero, ma quei potenti laici, quei nobili, che, attraverso l'usanza di mandare in convento figli cadetti, si servivano indegnamente del clero come di un mero strumento al loro potere. E davano alla Chiesa non già anime disposte a servirla, ma uomini e donne asserviti a ogni passione della terra, e soprattutto intrisi di orgoglio, che è la prima negazione delle virtù cristiane. La Chiesa era così asservita, anche se all'apparenza sembrava un privilegio che i figli dei nobili entrassero a farne parte. Ancora una volta, la causa prima di ogni male di questo Seicento pare al Manzoni la distorta concezione dell'onore, quel puntiglio e quel falso orgoglio che spingono i singoli ad agire in modo biecamente esteriore, senza curarsi della sostanza umana ed etica delle loro azioni. Anche alla base della "scommessa" di don Rodrigo c'è il punto d'onore: ma ora, nel caso di Gertrude, vediamo come questo male possa risultare ancora più devastante.
 Il principe padre
Personaggio cupamente monocorde, totalmente animato dall'orgoglio della casata, incapace di qualunque sentimento ispirato ad un'autentica umanità, "assoluto" nel portare a termine il proprio criminale disegno di sacrificare la figlia, piegato egli stesso nella servitù al mito del suo potere, schiavo di esso più di quanto gli altri mostrino di riverirlo e servirlo. Della vita non coglie nessun elemento positivo, piacevole, e vive come un gretto miserabile burocrate, ministro della sua dignità. Figura spietata, proprio perché totalmente priva di una qualunque luce, di qualunque dubbio. Egli è affiancato dalla moglie e dal principino primogenito, che assecondano il suo disegno senza altra motivazione che quella di un volgare interesse personale. Altrettanto asservito il coro dei servi, tutti obbligati ad ossequiare la volontà del padrone. Questa situazione cupa e terribile, solo apparentemente sfarzosa, di totale asservimento (e il principale - ricordiamolo - è quello del Principe padre verso se stesso), è poi simmetricamente presente anche nel convento, con la madre badessa, le monche faccendiere, le quali si prestano senza minima esitazione a questa terribile ingiustizia, di accogliere dentro il convento contro la sua volontà la giovane Gertrude. In realtà tutte sono superficiali, incapaci di un'autentica coscienza, che avrebbe loro consentito di percepire il delitto tremendo di questa coartazione.
Gertrude
Se tragica è la figura del Principe padre, la cui vita è oppressa da un destino che lo porta alla sopraffazione ed alla violenza, la tragedia di un destino che porta al dolore dello spirito e alla condanna dell'insoddisfazione perenne è tutta quanta presente in Gertrude. Ella ha ereditato dal padre tutti i suoi stessi difetti: è orgogliosa, superba, smaniosa di primeggiare e di trarre i massimi piaceri dalla vita, capace di dissimulare. Due esseri legati nel sangue e nell'istinto, ma divisi da interessi opposti: e soccombe, ovviamente, quello più debole, cioè Gertrude stessa. La quale dunque suscita nell'animo del lettore (e del narratore) un'intensa pietà, che è tanto più forte quanto più pronunciata è la reazione morale di abominio ed orrore che finiamo col provare, insieme al narratore, per il Principe padre (tanto che "non ci regge il cuore a chiamarlo padre"). La pietà per la sofferenza di un destino avverso è la vena che percorre queste pagine, splendide, del romanzo. La poesia di Gertrude è tutta racchiusa in questa pietà. Ma provare pietà, una dovuta pietà, per lei, non significa mandarla assolta dalle sue colpe, che in sede morale ci sono, e sono anche gravi. Gertrude infatti arriva al delitto, il sommo dei crimini, per un percorso fatto di finzioni ed ipocrisie di ogni genere. Chissà quante altre, nella sua condizione, avranno trovato il modo di farsi una ragione, e di moderare la loro insoddisfazione, senza lasciarla degenerare nella lussuria o nell'assassinio. Tuttavia, va ben specificato, onde evitare fraintendimenti, che qui al Manzoni non interessa il giudizio morale definitivo su Gertrude. Considerando infatti la vicenda storica, che si concluse con un'espiazione durata più di dieci anni, ed il fatto che anche l'Innominato è redento dopo una vita trascorsa nel delitto, ci si potrebbe anche chiedere perché il Manzoni non ci abbia voluto descrivere la redenzione e la salvezza dell'anima di Gertrude. Ma al Manzoni interessa soprattutto suscitare la pietà nel lettore, e, specularmente, il disgusto contro certi modi educativi e certe istituzioni che pretendono di prendere a norma la coartazione di un'anima, il soffocamento del libero sviluppo di una personalità umana. E' precisamente qui che la valenza "educativa" del romanzo tocca uno dei suoi momenti più alti e più straordinari.
Già nella descrizione di Gertrude abbiamo la sensazione che il Manzoni cerchi i modi narrativi specifici per questo superbo romanzo nel romanzo. I sottili, quasi impercettibili tratti di scompostezza presenti in Gertrude, che vengono a turbare un ritratto solo in apparenza ispirato a criteri di bellezza classica, cioè fondata sull'armonia e sulla regolarità, costituiscono un primo importante segnale del dramma che si agita anche nell'anima della protagonista. Questa pagina è un'altra prova superba dell'arte manzoniana, che ci fornisce qui un vero ritratto romantico, ove la bellezza è appunto nell'inquietudine e nell'irregolarità che emergono dal viso di Gertrude.

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